• Reader for Blind

Tre amici, due sorelle


di Francesco Spiedo

Fernando aveva incontrato Cesare al caffè, in una domenica coperta che non si poteva andare a spasso senza temere di farsi trovare impreparati dalla pioggia.

Cesare dava a Fernando qualche anno e molte esperienze: lui aveva già assaggiato il letto di una donna, mentre l’altro portava ancora i baffi dell’adolescenza che se n’era appena andata. «Che fortuna che mi hai incontrato.»

Cesare raccontò che nel pomeriggio lo attendevano a casa della morosa per un caffè: una donna di buona famiglia e dalle solide finanze. Sono un’anima libera, diceva, scelgo io in quale gabbia andarmi a chiudere e se non è d’oro non vale mica la pena. Fernando s’era confessato al compare che non li capiva questi discorsi e neanche le donne. Nel frattempo che Fernando dubitava aggiungendo altro zucchero alla tazza, Cesare beveva il suo caffè e guardava la sala con occhi da iena.

«Fidati del tuo compagno. Mal che va, ti sarai bevuto un caffè con delle signore».

I due lavoravano nella fabbrica fuori il paese e per raggiungerla bisognava andare in biciletta o camminare per un’ora buona. Fernando, che di notte rubava le biciclette, ne aveva rubata una anche per Cesare e da allora erano diventati amici. Un favore in sospeso diceva l’altro e Fernando scuoteva sempre il capo, l’aveva fatto perché gli andava mica per cavarci qualcosa in cambio. Era proprio giovane e ce ne si poteva approfittare. Tutti lo facevano, tranne Martino che era ancora più buono e timido, di quelli che alla porta avrebbe fatto entrare prima anche la propria stessa ombra. Proprio allora Martino varcò la soglia e andò in contro ai due: lavorava anche lui nella fabbrica, su agli uffici, era responsabile, ma uno dei pochi che chiacchierava con gli operai di livello uno. I cappelli si sollevavano dalle teste e una terza tazzina si venne ad accomodare. Calzavano delle camice appena stirate e quelle di Fernando e Cesare erano lucide ai gomiti. Martino invece vestiva la camicia anche in fabbrica.

Cesare ebbe un’idea.

«Martino, tu non hai mica messo su famiglia?»

L’altro alzò le spalle e disse che per lui non era ancora il momento, che c’era il lavoro e che le donne erano troppo moderne. Cesare gli annunciò che aveva la donna adatta, ma Martino non gli diede dieci lire da spendere oltre alla sigaretta che l’altro già accendeva. «Saremo noi tre e le due sorelle.» Continuò Cesare incontrando gli occhi di Fernando che si chiedevano qualcosa senza avere il coraggio di dirselo per davvero. «Non credo d’essere adatto a questo genere d’intrattenimento, non saprei cosa dire». «Fallo per me, fallo per il tuo amico Cesare» e Martino allargando le braccia chiamò al cameriere altri tre caffè.

S’era alzato presto e stanco e doveva ancora svegliarsi: la vita in fabbrica è dura anche negli uffici, diceva, e i due se la ridevano immaginandolo in tuta e scarponi a stringere valvole e sudare per ore. La mattina stava ormai sfumando verso il pranzo e i tre si erano accordati per il pomeriggio: Cesare s’era organizzato per una perfetta riuscita. Avrebbe estinto il debito con Fernando presentandogli la giovane Clara e si sarebbe fatto bello con Teresa arrivando in casa non con un povero operaio, com’era Fernando, ma addirittura con un responsabile di livello terzo: uno che comprava le sigarette di marca italiana e portava le camice tutti i giorni. Una volta fuori, Fernando chiese a Cesare se non era stata una pessima idea quella di invitare il responsabile. Ma l’altro, poggiandogli una mano sulla spalla, gli disse:

«L’hai sentito, non è il genere di uomo che tiene un discorso. Ci farà sembrare più interessanti anche senza un soldo».

Seduti in salotto i cinque discorrevano ed era sempre Cesare a condurre la conversazione: nonostante non avesse studiato sapeva come parlare e né Fernando, per timidezza, né Martino, per rispetto, lo interrompevano. Fernando s’era presentato alle donne raccontando il breve aneddoto dell’amicizia nata con una bicicletta rubata – che aveva fatto ridere Teresa e rabbuiare Clara – e poi s’era messo zitto, seduto con i gomiti contro le costole, come uno che ha paura che gli rubino dalle tasche. A fare la guerra ai monologhi di Cesare c’era solo la piccola Clara, non ancora abituata a sorridere come la sorella. Quanto fan presto a diventar sagge le donne, pensava Martino, ma stava ben attento a dire una parola: pareva che le due lo tenessero sotto osservazione, un poco compiaciute e un poco inquiete. Teresa lanciava violente occhiate alla sorella e le sussurrava parole dure quando era convinta che nessuno potesse sentirla. L’altra la ignorava e questo faceva ridere Martino che aveva ascoltato i rimproveri e si era mortificato per la giovane. Non gli appariva scortese, avrebbe detto coraggiosa. Ipotizzò Clara e Fernando una bella coppia, lui così buono e lei che era anche una bella ragazza dalle gambe sottili. Mentre Cesare s’involava in una lunga tirata sulla vita di città che non era meglio della vita di campagna, Martino cacciò dalla tasca qualche lira e le diede di nascosto a Fernando. Va’ a comprare le sigarette per le signore, gli disse, e l’altro ringraziandolo si alzò dicendo:

«Le signore gradiscono fumare?».

Teresa ne avrebbe presa volentieri una e Clara non proferì parola. Cesare lo liquidò con una mano senza interrompersi. Fernando scese le scale con la sensazione che non era stata una buona idea e quando fu in strada quella sensazione l’aveva ormai travolto, ma non poteva far altro che andare a cercare le sigarette e tornar presto. Martino, che gli aveva visto l’inquietudine in faccia, era un po’ dispiaciuto e un poco no, ma senza capire il perché. Iniziava ad aver sonno e si chiedeva quando sarebbe arrivato il caffè: gli occhi gli si appannarono un istante e Teresa, da buona padrona di casa, raccolse il sottinteso. «Ne approfitto per preparare il caffè, così al ritorno del vostro amico potremmo fumare». «Lascia fare a me».

Clara interruppe la sorella e andò verso la cucina senza lasciarle tempo di dire nulla, felice di lasciare quella stanza. A Cesare parve d’aver visto gli occhi di lei indugiare su Martino. Buon per noi, si ritrovò a pensare ragionando già come una grande famiglia: lui, Teresa, la sorella di lei e Martino. Un impiegato fa la fortuna di tutti. Ma Martino è un fesso, non ci si può fidare che come amico: come amante meglio lasciar perdere, non ne guadagnerò proprio un accidenti. Si dispiaceva.

«Speriamo bene», disse Teresa parlando forse a Cesare forse a se stessa. Nessuno le rispose. «Allora vado a mettere un vestito per la sera» e continuò.

«Andiamo al cinematrografo, Cesare?».

Ma quello guardava davanti a sé, annoiato. Faceva chissà quali calcoli e rispose alla donna qualcosa che Martino non capì. Questi guardando oltre la figura di Teresa s’accorse di Clara dietro la porta di vetro. Così rispose:

«Una splendida idea, è domenica».

I due uomini rimasero soli, senza parlare e neppure guardarsi. Cesare aveva preso a odiare tutti, compreso Martino e Martino se n’era accorto. Un rumore sordo come di un’esplosione arrivò dall’altra stanza e Martino si ritrovò in piedi con le gambe che gli tremavano e s’accorse in un attimo di quanto ne fosse preso. Dimentico dell’amico ancora seduto andò in soccorso della giovane ricoperta di macchie scure. È sangue, pensò, e per poco non svenne.

«Avete bisogno?» La voce infastidita di Cesare rimbalzò parole d’obbligo.

Ma nella stanza macchiata scura sulle pareti, sul vestito di lei e sul volto, nessuno parlò. I due stavano lì a guardarsi, lei con le labbra piegate in un mezzo sorriso e lui consapevole d’essere perso.

«Ho dimenticato di mettere l’acqua così la macchina è scoppiata».

Scoppiarono a ridere, Martino scaricando la tensione e Clara liberandosi dell’imbarazzo per quell’uomo timido e silenzioso, senza la smania di fare la corte e la volontà di piacere a ogni costo. Teresa lì scoprì qualche minuto dopo intenti a rotolarsi sul pavimento come due bambini nel prato o due maiali nel fango. In ogni caso felici. Richiuse la porta prima di tornare dal suo Cesare che non gli era mai apparso così brutto e antipatico come in quel momento, inerme alla poltrona. Preparò in silenzio il servizio di tazze e quando vide Martino uscire dalla stanza, rosso come un ubriaco, mise piede in cucina. Senza fare domande aiutò la sorella mentre questa ripuliva le macchie. Ma per la macchia che aveva sul viso non c’era nulla che si potesse fare. Quel che Fernando avrebbe trovato tornando in casa non era quello che s’era immaginato la mattina quando Cesare gli aveva detto:

«Ti porto a conoscere la sorella della mia morosa, ci sistemiamo e tanti saluti alla fabbrica».

Clara versò il caffè bollente e servì Martino per ultimo. Nessuno fumò e nessuno parlò del cinematografo fin a quando, spuntati i fondi bianchi delle tazze, non si fece ora di andare. Teresa salutò Cesare senza porgergli la guancia. Martino quella sera restò per cena. E anche per le sere successive. Per un anno intero Martino fu la terza sedia finché lui e Clara non acquistarono delle sedie tutte per loro.


96 visualizzazioni