• Reader for Blind

Zio Ethan Ripley

di Hamlin Garland

Racconti dal Dakota (D editore 2019)




THE DAKOTA TOUR

In questa tappa, infatti, troverete uno dei racconti che formano Racconti dal Dakota, di Hamlin Garland! Si tratta di "Zio Ethan Ripley", in cui Garland fa tornare sulla scena una conoscenza già amata a tutti i lettori di Racconti dal Mississippi! Nonna Ripley è da tempo tornata dal suo viaggio a New York, e la situazione economica della loro famiglia è decisamente migliorata, ma...


Zio Ripley si trovò quindi a essere ben disposto verso il forestiero ancor prima che questi arrivasse davanti al campo di patate dove il vecchio stava spidocchiando le piante. Il forestiero guidava una coppia di cavalli pezzati dall’aspetto ansante, attaccati a un carro di comune fattura.

Sedeva a un’estremità del sedile, con le briglie nella mano destra, la sinistra appoggiata su una gamba, il mignolo elegantemente arcuato e i gomiti in fuori. Portava una camicia azzurra con elastici dal colore vivace sugli avambracci e il panciotto gli pendeva sbottonato sul petto scarno. Era chiaro che si compiacesse del proprio aspetto. Nel tirare le redini, mise una gamba fuori dal sedile.

Zio Ethan notò che la balestra sinistra era molto più consumata dell’altra, il ché confermava che il conducente sedeva per abitudine da quella parte, cosa che accresceva in qualche modo la predisposizione a fidarsi del forestiero.

«Buonasera», disse l’uomo con cortesia.

«Buonasera a lei, signore».

«È pieno di insetti, non è vero?»

«Altroché! Non capisco da dove vengano».

«Primarosa?», chiese l’uomo, come se stesse ancora parlando degli insetti.

«No: Gemma di Pesco e Rosso Carter. La Primarosa è lì, vicino alla casa: la mia vecchia vuole averli a portata di mano. Guardate questi maledetti!», continuò battendo con rabbia la mano contro l’orlo della teglia per ributtare dentro gli insetti.

«Come li ammazzate? Li affumicate?»

«In genere sì. Qualche volta io…»

«Bel campo d’avena», sbadigliò distrattamente il forestiero, interrompendo il vecchio Ethan.

«Quello è orzo».

«Ah, sì. Non ci avevo fatto caso».

Zio Ethan si domandava chi fosse quell’uomo e perché girasse tanto attorno alla questione senza venire al punto. Era chiaro che volesse qualcosa da lui, anche per una persona con la testa tra le nuvole come Ethan Ripley. L’uomo nel carro sembrava non cogliere la grandezza frusciante di quel mare color oro. Le spighe danzavano assieme al ritmo di una sinfonia divina a cui gli uomini erano ormai sordi. Il rumore delle macchine, dei treni, della modernità aveva reso meno sensibile l’orecchio umano a quella musica celeste, ma le piante non erano ancora frastornate; non avevano scelto di uscire fuori dal dominio della natura, e così erano rimaste parte di un tutto sublime e pittoresco che gli uomini potevano solo osservare da fuori, senza farne più parte. Prometeo era potente e allettante, ma in quell’uomo non ardeva alcun fuoco: il suo interesse era completamente focalizzato sul dissimulare le sue intenzioni al vecchio agricoltore.

«Cosa ne pensate della possibilità che Cleveland venga rieletto?», continuò l’uomo, come se avessero parlato di politica fino ad allora.

Zio Ripley si grattò la testa:

«Mah, non saprei. Essendo repubblicano… Io credo…»

«Già, è una prospettiva poco allegra. Io, veramente, non credo che uno dovrebbe essere rieletto», si affrettò a dire il forestiero. Poi aggiunse: «Quello è il vostro fienile nuovo?», indicandolo con la frusta.

«Sissignore», rispose il vecchio con orgoglio.

Dopo anni di progetti e di duro lavoro era riuscito a costruirsi un piccolo fienile di legno che poteva costare sui trecento dollari. Era facile intuire che quella costruzione gli procurasse un orgoglio infantile. Il forestiero meditava.

«Bel posto per un’insegna», disse, percorrendo con lo sguardo quella superficie di un giallo acceso.

Aveva dei barattoli di vernice nera sul carro, e due o tre scatole quadrate. Zio Ethan lo fissò, dimenticandosi degli insetti che strisciavano fuori dalla teglia. Il suo interesse, ora, era focalizzato verso i barattoli di vernice.

«Che ne dite di farmi dipingere un’insegna su quel fienile?», continuò il forestiero, allacciando le mani attorno a un ginocchio, e osservando la costruzione oltre il recinto dei maiali.

«Che genere di insegna? Maledette bestiacce».

Zio Ethan diede un colpo di spatola alla teglia, grattandosi via dalla pelle del polso due o tre animaletti che vi erano strisciati sopra. Era una bella giornata e l’uomo del carro sembrava insolitamente restio a mettersi al lavoro. I cavalli, stanchi, dormicchiavano all’ombra dei pioppi. La pianura era avvolta in un velo di calura e chiazzata dalle ombre larghe e indefinite delle nuvole: un’indolente giornata di giugno come tante altre. «Dodd, Amari di Famiglia», disse l’uomo, riscuotendosi dal suo fantasticare e riprendendo il fare professionale. «Il migliore amaro sul mercato. Volete dargli un’occhiata? Nessun disturbo far vedere la merce, come si dice», continuò in fretta, vedendo l’incertezza della Zio Ethan. Tirò fuori una grande bottiglia a base triangolare, come quelle per le cipolline sottaceto. Aveva un sigillo rosso su uno dei lati e, sul collo, un energico avvertimento in lettere rosse: Solo le bottiglie con sopra il marchio “Dodd, Amari di Famiglia” contengono il prodotto genuino. «Ecco qua cosa cura», continuò il venditore, indicando il lato in cui, in una specie di piramide rovesciata, erano elencati i nomi di un centinaio di malattie, dalla “gotta” alle “malattie polmonari”.

«Perbacco! Ne cura un bel fascio, eh?», esclamò Zio Ethan, impressionato dall’elenco. «Non c’è al mondo un amaro migliore», disse il rappresentante con tono deciso.

«Ma qual è la sua specialità? Quasi tutti ne hanno una».

«Be’, i malanni estivi, e… e… i disturbi di primavera e d’autunno. Tonifica, per così dire». Non c’era più un solo insetto nell’ormai dimenticata teglia. Ethan Ripley stava maturando un interesse irresistibile per quell’uomo: c’era qualcosa in lui che lo catturava.

«E a quanto si vende?», chiese dopo una pausa.

«Quanto una buona medicina a buon mercato: un dollaro la bottiglia. Bottiglie anche di grandi dimensioni. Ne volete una?»

«Be’, la nonna non è in casa, e non so se questa roba le piace. Sono anni che non ci ammaliamo. Certo, non si può mai dire», aggiunse leggendo negli occhi del rappresentante una risposta alla prossima obbiezione. «Sapete, siamo un po’ a corto. Abbiamo appena finito di costruire quella stalla».

«Allora vi dico io cosa facciamo», disse il forestiero riscuotendosi e parlando in tono di cordiale generosità. «Vi darò dieci bottiglie di amaro se mi fate dipingere una scritta su quel granaio. Il granaio non ne risentirà e, se vorrete, fra un anno potrete cancellarla. Allora, che ne dite?»

«Non credo che dovrei farlo…»

Il rappresentante pensò che Zio Ethan volesse di più, ma in realtà stava solo pensando a che cosa avrebbe detto la moglie.

«Vi mettete in casa un amaro che può farvi risparmiare cinquanta dollari il prossimo autunno. Non potete mai sapere quando un malanno vi coglierà».

Zio Ethan non riuscì a seguire bene quello che l’uomo disse dopo. La sua voce sembrava un mormorio segreto e suadente, e parlava con gli occhi socchiusi e le gambe stese sul sedile. Alla fine, si raddrizzò e concluse col tono di chi ha ormai la partita vinta:

«Perciò, se non volete usare tutte e venticinque le bottiglie, vendetele ai vostri vicini. Ci ricaverete una ventina di dollari, e vi resteranno ancora cinque bottiglie del migliore amaro che sia mai stato imbottigliato».

Fu la prospettiva di potersi finalmente comprare quel cappotto di pelle di bufalo a cui dovette rinunciare l’inverno precedente che consolò Zio Ethan quando le orribili lettere nere cominciarono ad apparire sotto le pennellate pigre del rappresentante. Quello era il lato più caldo del fienile, e verniciare non era lavoro da poco. Il rappresentante dovette asciugarsi con la manica il sudore sulla fronte.

«Ehi, non avreste sottomano un biscotto o qualcos’altro? Magari anche una tazza di latte», chiese dopo aver terminato la prima enorme parola che occupava l’intera estensione del fienile. Zio Ethan gli procurò la tazza e il biscotto, che l’uomo mangiò usando le dita in modo esageratamente ricercato, stando seduto sull’impalcatura che lo stesso Zio Ethan aveva aiutato a costruire. Questa colazione gli infuse nuove energie e in breve comparve la scritta “Dodd, Amari di Famiglia, il Meglio sul Mercato” a deturpare le odorose tavole di pino. Ethan stava consumando la cena di pane e latte che si era preparato, quando arrivò la moglie.

«Chi è stato a dipingere il fienile?», chiese lei, fissandolo con gli occhi fiammeggianti e con un cipiglio minaccioso sul piccolo volto risecchito.

«Ethan Ripley, che cos’hai combinato questa volta?»

«Niente», rispose lui debolmente.

«Chi ha dipinto quella scritta là sopra?»

«È venuto un tale, e voleva dipingerla, e io gliel’ho lasciata fare. E poi il granaio è mio, e posso farne quello che voglio», concluse in tono di sfida. Ma il suo sguardo non era fermo, e tradiva un certo pentimento.

La signora Ripley ignorò la sfida:

«Che diamine ti ha preso nel fare una cosa simile, Ethan Ripley? Proprio non capisco. Diventi sempre più sciocco ogni giorno che passa, ecco cosa ti dico!»

Zio Ethan tentò di difendersi: «Be’, in fondo mi ha pagato venticinque dollari per farlo». «Davvero?», era visibilmente colpita da questa notizia.

«Be’, il valore è quello: mi ha dato venticinque bottig-»

La signora Ripley si lasciò cadere sulla sedia: «Ah, volevo ben dire! Ethan Ripley, tu passi ogni limite», aggiunse con espressione desolata. «Credevo ti fosse rimasto un briciolo di cervello, ma niente, neanche un briciolino. Dov’è quella roba?»

«In cantina, e non importa che tu alzi la cresta, vecchia. T’ho visto tante volte comprare cose di cui non avevi bisogno, scatolette e cose del genere, anzi m’immagino che ora vorresti riavere i dieci dollari che hai sborsato per quella Bibbia illustrata!» «Vai, e porta su quella roba. Non ho mai visto uno come te in vita mia. È già un miracolo che tu non abbia accettato due bottiglie soltanto».

Fissò l’insegna, posta proprio di faccia alla finestra della cucina. La signora Ripley aprì una bottiglia e l’annusò come un gatto diffidente.

«Uh, misericordia, che robaccia! Non è buona neanche per il maiale. Che cosa avevi in mente di farci?», chiese con evidente disgusto.

«Pensavo di prenderla… Se mi fossi ammalato. Che credevi?», disse il povero Zio Ripley risoluto nelle proprie posizioni, sovrastandola come una torre pendente.

«Pensavi di prenderne l’intero carico?»

«No. Ne venderò una parte e mi comprerò un cappotto».

«Venderla!», esclamò lei. «Solo un vecchio rimbambito come te comprerebbe questa roba stomachevole. Porta immediatamente fuori quella brodaglia! Buttala nel pozzo nero e spacca le bottiglie sui sassi una a una!»

Zio Ethan scomparve con le casse di medicina, mentre la vecchia concludeva la sua arringa rivolgendosi al piccolo Tewksbury, il nipote, che se ne stava timidamente sulla porta ritto su una gamba sola come un polletto esitante.

«In questa casa andrebbe tutto in rovina se non tenessi d’occhio quel vecchio idiota dalla testa imbottita di segatura! Pensavo che quell’uomo del parafulmine gli avesse dato una lezione da ricordarsene per un pezzo. E invece no: deve farsi fregare ogni volta».

Si calmò con un fragoroso sbattere di teglie che le servì a esprimere il suo stato d’animo e la ridusse a un imbronciato silenzio. Zio Ethan girava per la casa come un forzato a bordo d’una nave. Quando lei lo colse a guardare fuori dalla finestra, rincarò la dose: «Chissà come ti senti fiero di quella scritta».

Zio Ethan non era mai stato malato in vita sua. Certo, era curvo e acciaccato dal continuo lavoro, ma non aveva nulla di particolare. Non spaccò le bottiglie, come gli era stato ordinato dalla signora Ripley, perché aveva deciso di venderle.


La mattina della domenica successiva, sbrigate le faccende domestiche, indossò il cappotto buono. Stava sistemandosi la riga tra i capelli, quando la signora Ripley rientrò dopo aver dato da mangiare ai vitelli.

«E ora dove vai?»

«Non sono affari tuoi», rispose lui. «O che io non possa fare un passo senza che tu voglia sapere ogni cosa? Dov’è Tukey?»

«A governare i polli. Dove vai non m’importa, ma stamani tu non lo porti via con te».

«E chi vuole portarlo via? Non ho mica detto che volevo portarlo con me».

«E allora vattene pure. E se a mezzogiorno non sei tornato, io non preparo nulla per cena».

Ripley prese un secchio e vi mise dentro quattro bottiglie di amaro, poi si avviò tentennando per la strada, con la speranza che gli splendeva in viso. L’intera valle sembrava voler proclamare che quello era il giorno del riposo, e invitare gli uomini ad abbandonare, almeno per quelle ore, il pensiero del lavoro tra il grano verde e frusciante, tra i prati smaglianti, immersi nell’ondeggiare dei fiori. Un po’ della dolce gaiezza della natura penetrò nel corpo indurito del vecchio, che si mise a fischiettare qualche brano delle canzoni che amava suonare col violino. Scoprì che il suo vicino Johnson aveva già un’altra qualità di amaro, e che per il momento gli bastava. Johnson cercò di attenuare l’effetto del rifiuto di comprare invitando il vecchio a vedere i porcellini di cui era oltremodo orgoglioso. Ma Zio Ripley disse: «È meglio che vada: voglio essere da Jennings prima di pranzo». Non poté fare a meno di sentirsi deluso quando scoprì che Jennings non c’era.

La casa successiva lungo quel piacevole sentiero era abitata da un nuovo arrivato. Era seduto sull’abbeveratoio e teneva in mano dei finimenti, mentre un suo uomo di fatica gettava acqua sulla spalla escoriata del cavallo. Dopo alcuni preliminari, Ripley mostrò la sua medicina.

«Diavolo, no! Non so che farmene di quella roba. Quando ho qualcosa che non va mi bevo un po’ di scorza di pioppo e whisky, e sono a posto».

Zio Ethan si allontanò per il sentiero. Non aveva molta voglia di fischiettare ora. Alla casa seguente decise di cambiare approccio. Posò il secchio tra l’erba alta accanto allo steccato, e si fece avanti a mani vuote. Doudney venne alla porta scalzo, abbottonandosi le bretelle sopra la camicia fresca di bucato. Si stava preparando per uscire.

«Ehi, Ripley, stavo venendo dalle tue parti. Aspetta un momento e arrivo».

Quando uscì, vestito di tutto punto, Zio Ethan l’afferrò per un braccio.

«Dì un po’, che ne pensi delle specialità mediche?»

«Ce ne sono di buone, ma bisogna saper scegliere».

«Conosci l’amaro Dodd?» «È il migliore in commercio».

Zio Ethan si raddrizzò e si illuminò in volto. Doudney continuò:

«Sissignore: il miglior amaro in bottiglia che si trovi. Lo so perché l’ho provato. Io non ho molta simpatia per le specialità medicinali, ma quando ne trovo una buona…»

«Vuoi comprarne una bottiglia?» Doudney si voltò fissandolo.

«Comprarne? No. Ne ho diciannove bottiglie da vendere!». Ripley alzò lo sguardo verso il nuovo granaio di Doudney, e vi lesse la fatidica scritta: “Dodd, Amari di Famiglia”. Ammutolì. Doudney se n’accorse e scoppiò in una risata.

«Ah, questa è buona! Cercavamo tutti e due di venderci quell’amaro! Quante bottiglie ne hai prese?»

«Non sono affari tuoi», replicò Zio Ethan, voltandosi e allontanandosi in tutta fretta, mentre Doudney si sbellicava dalle risate. Evidentemente, aveva più senso dell’umorismo del vecchio.

Sulla via del ritorno, Zio Ethan cominciò a vergognarsi del suo carico. Doudney aveva già fatto il giro del vicinato, ed Ethan quasi si dette per vinto. Sembrava che tutti quelli che incontrava volessero sapere cosa stesse facendo, e alla fine cominciò a mentire.

«Ehi, Zio Ripley, cos’avete in quel secchio?» «Uova d’oca da cova».

Si liberò di una bottiglia dandola al vecchio Gus Peterson. Gus non pagava mai i debiti, e non volle promettere più di mezzo dollaro “a credito” per la bottiglia; ma Ripley era così disperato che quel discutibile affare lo rallegrò un poco.

Tornato a casa era stanco, impolverato e affamato; scavalcò la staccionata per non vedere l’insegna sul granaio e s’infilò in casa furtivamente, senza voltarsi indietro. Non si sarebbe potuto sentire più vile se avesse lasciato incollare un manifesto dei Democratici. La serata trascorse in un silenzio tetro. In sogno, Ripley vide le lettere della scritta contorcersi sulla facciata del granaio, come pitoni su una cancellata. Lui tentava di colpirle con della vernice, ma ogni volta arrivava quell’uomo accompagnato dallo sceriffo e gli intimava perentoriamente di lasciarla stare lassù finché non fosse passato l’anno che avevano accordato. Non capiva come, ma ogni volta che tirava fuori il barattolo della vernice, il rappresentante sembrava saperlo. Non era più l’individuo dalla voce gradevole che guidava i cavallini pezzati e stanchi, ma un tiranno che si era impossessato della sua proprietà, la proprietà per cui aveva sacrificato la sua intera esistenza. Qual era il bene più prezioso di un uomo, se non il suo tempo? E zio Ethan aveva sacrificato tutto il tempo della sua lunga vita per garantirsi una serena vecchiaia. Ma quando questa arrivò, si rese necessario lavorare ancora, anche se il suo corpo era ormai logoro e consumato. Il mattino seguente, quando uscì sull’aia, la prima cosa che attrasse il suo sguardo fu proprio quell’insegna abominevole: deturpava la bellezza del mattino, infondendo in lui un umore cupo che gli sottraeva le energie.

La signora Ripley si avvicinò alla finestra, finendo di abbottonarsi al collo il vestito, con una prepotente ciocca di capelli che spuntava dalla piccola crocchia sulla nuca.

«Bello, eh? E io devo vedermela davanti tutto il giorno. Non posso affacciarmi alla finestra senza trovarmela davanti agli occhi». Pareva che la scritta la rendesse furiosa; non era stata di un umore simile da prima che fosse tornata dal suo viaggio a New York. «Spero che tu ne sia soddisfatto». Ripley si allontanò verso il fienile. Tutto l’orgoglio che aveva provato per il suo fienile bello, nuovo e pulito era scomparso. Sperimentò furtivamente la vernice per vedere se fosse possibile raschiarla via, ma quella, seccandosi, era stata completamente assorbita dal legno. Mentre prima si compiaceva che i vicini si voltassero a guardare la costruzione, ora si nascondeva ogni volta che vedeva arrivare una pariglia. Si metteva a sarchiare il granturco in fondo al campo, mentre avrebbe dovuto spidocchiare le patate dalla parte della strada.

La signora Ripley era di pessimo umore per la faccenda dell’insegna, ma per alcuni giorni si trattenne. Infine, esplose:

«Ethan Ripley, non posso più vedere quella cosa là! Non la sopporto più, ecco! Devi darci sopra una mano di vernice, o lo faccio io. Mi fa diventare matta».

«Ma io ho promesso…»

«Non m’importa cos’hai promesso. Bisogna cancellarla. M’ha fatto venire gli incubi a forza di vederla. Ora mi faccio mandare una latta di pittura rossa e gliela do sopra, dovessi sputar l’anima nel farlo!» «Cercherò di farlo io, nonna, se non mi stai addosso». «Non la posso sopportare neanche un giorno di più. Mi va il sangue alla testa ogni volta che guardo fuori dalla finestra».

Zio Ethan attaccò i cavalli e si diresse cupo in paese, dove cercò di trovare quel rappresentante. Ma questi abitava in qualche altra parte della contea, ed era impossibile riuscire a trovare un modo per contattarlo. Così, avendo fallito il suo tentativo di risolvere la questione pacificamente, il vecchio rinunciò a cercarlo e comprò una latta di vernice rossa, non osando tornare dalla sua furente consorte senza qualcosa che potesse calmarla.

«Volete pitturate il vostro granaio nuovo?», chiese il bottegaio con amichevole interessamento.

Zio Ethan si voltò di scatto come colto in fallo, ma il volto dell’altro era serio e cortese. «Sì, vorrei ritoccarlo un po’. Non è una gran spesa».

«Conviene sempre tenere in buona forma le proprie cose», disse il commerciante con enfasi.

«E… attaccherà bene anche se la metto di sera?», chiese esitando Zio Ethan.

«Sicuro. Non fa differenza. Perché? Avete forse intenzione…»

«Bah, pensavo di farlo nei ritagli di tempo, la sera o la mattina… Sì, pensavo nei ritagli di tempo».

L’argomento sembrava renderlo stranamente confuso, e il bottegaio lo guardò con divertita apprensione allontanarsi sul carro.

Quella sera, dopo cena, Ripley andò al fienile e la moglie l’udì segare e martellare. Poi il rumore cessò, ed entrò in casa sedendosi al solito posto.

«Che facevi, stavolta? Non avrai mica intenzione di combinarne un’altra delle tue?», domandò lei. Tewksbury era a letto e lei rammendava un calzino.

«M’era venuto in mente di preparare l’impalcatura per verniciare», rispose evasivamente.

«Bene! Sarò molto contenta quando l’avrai cancellata».

Quando si preparò per andare a letto, lui era ancora sulla sua sedia. Dopo essersi svegliata due o tre volte, cominciò a chiedersi perché non venisse anche lui. Quando l’orologio batté le dieci, e vide che ancora non c’era, cominciò a spazientirsi.

«Via, hai intenzione di startene lì seduto tutta la notte?» Non ebbe risposta. Si alzò a sedere sul letto e diede un’occhiata in giro. Il chiarore della luna che inondava la stanza le permise di vedere che Ethan non si era addormentato sulla sedia come aveva immaginato. C’era qualcosa di sinistro nella sua scomparsa.

«Nonno! Ethan, dove sei?», chiamò con voce penetrante, senza ottenere risposta. Si alzò guardando turbata fra i mobili, quasi come se fosse un gatto nascosto in un angolo chissà dove. Poi, salì di sopra dove dormiva il ragazzo. I suoi calcagni secchi battevano con uno strano rumore sordo sulle nude tavole di legno.

Un raggio di luna cadeva sul ragazzo e fasciava quel piccolo angelo come una veste d’argento. Che triste destino aveva, cresciuto da due persone che forse non avrebbero avuto modo di vederlo sposato. Tewskbury era solo, e presto lo sarebbe stato davvero. Quei cupi pensieri acuirono la sua sensibilità, così che la scomparsa del marito cominciò ad allarmarla. Gli occhi le si dilatarono dallo spavento. Vaghi terrori di ogni sorta spuntavano istintivamente nei suoi pensieri, ancora annebbiati dal sonno. Si precipitò giù per le scale e uscì fuori nell’aria odorosa della notte. Le cavallette verdi cantavano in un coro di infinita pace, sotto il magnifico splendore della luna. Le bestie fiutavano e sbuffavano, urtando ogni tanto i campanacci; nel pollaio le galline si muovevano inquiete come se si lamentassero per il caldo. La vecchia restò là, in piedi, paralizzata dalla paura e dalla magnificenza, coi piedi scalzi sotto la lunga camicia da notte. Era come se fosse appena entrata in un immenso teatro, dove il tappeto verde e oro dei campi era circondato dal buio e dal silenzio. Era forse lei l’unica attrice? E il pubblico, dove si nascondeva? Forse, quella era una rappresentazione recitata da lei e dedicata a lei soltanto. Così com’è la vita, dopotutto.

Mentre si guardava attorno spaesata, le tornò alla mente l’agghiacciante storia di un uomo che si era impiccato nel fienile perché abbandonato dalla moglie. Quest’idea le s’insediò nel flusso dei pensieri. Sentì un nodo soffocante alla gola. Un senso di folle smarrimento la assalì. Di colpo, si accorse di quanto le fosse cara quella vecchia sagoma sparuta dalla faccia grigia e dal sorriso pronto, che aveva rinunciato ai suoi pochi sogni per accontentarla ovunque potesse. Il respiro le si fece più affannoso; stava per chiamare con un urlo Tewksbury, quando udì uno strano rumore, come uno scricchiolio, venire dal granaio. Guardò da quella parte, e nel lato in ombra vide una figura ancora più scura che si muoveva avanti e indietro. In lei si compì una straordinaria trasfigurazione, dallo stupore all’ira.

«Santo Cielo! Guarda tu chi si è messo a pitturare quel granaio di notte, come un idiota nato e cresciuto».

Zio Ethan, che stava lavorando come un forsennato, non udì il rumore dei passi sul sentiero, finché non fu scosso dalla voce stridula della moglie:

«Insomma, Ethan Ripley, ma cosa credi di fare ora?».

Il vecchio diede altre due o tre vigorose pennellate, poi scattò:

«Pitturo il fienile, che credevi? O non ce l’hai gli occhi, che lo domandi?»

«Vieni subito a letto. Ma che ti è saltato in mente?»

«Vattene a casa e lasciami in pace. Lo so io cosa faccio. Mi hai seccato abbastanza per questa scritta».

Mentre parlava continuava a spennellare avanti e indietro. L’ombra della sua figura sparuta torreggiava su di lei, e il pennello schiaffeggiava rabbiosamente il muro. Per un po’, nessuno dei due parlò. Infine, chiese più gentilmente:

«Non vieni?»

«No, finché non sono pronto. Tu vai a occuparti dei fatti tuoi. Non star lì a prendere freddo».

Lei si allontanò lentamente verso casa. Quegli urli l’avevano soggiogata. Lavorare là fuori, solo, l’aveva reso furioso; non era il caso d’insistere. Capiva dal tono di voce che non avrebbe ammesso repliche. E forse, ammise lei, lo meritava anche un pochino. S’infilò le scarpe, si mise uno scialle e tornò dove lui stava lavorando, sedendosi su un cavalletto.

«Starò qui finché non rientri in casa, Ethan», disse con voce ferma, ma più gentile del solito.

«Be’, ci starai un bel po’», rispose lui sgarbatamente. Ma sentivano entrambi una reciproca, nascosta tenerezza.

Continuò a lavorare in silenzio. Le tavole scricchiolavano con pesantezza, mentre lui si spostava di qua e di là, e lo schiaffeggiare del pennello risuonava nella dolce armonia della notte. La luna maestosa si affacciò un po’ per volta da un angolo del fienile, rischiarando la testa bianca e le spalle curve del vecchio. Dentro si udivano i cavalli battere gli zoccoli per scacciare le zanzare e il gradevole coro delle loro mascelle che masticavano il fieno. La piccola figura seduta sul cavalletto si strinse lo scialle attorno alle spalle magre. Alla fine, gli parlò in un tono di voce insolito.

«Be’, forse non ne avevi una gran colpa. Anch’io quella Bibbia non la volevo. Sostenevo di sì, ma non la volevo davvero».

Ethan continuò il suo lavoro, finché il senso di questa resa senza precedenti non gli entrò completamente in testa: allora buttò giù il pennello.

«Potrei lasciarla anche così, tanto l’ho coperta quasi tutta. Meglio rientrare ora».

Camminarono insieme; due sagome sgraziate nella notte, la debole luce di una lampada a olio. Ethan si fermò di fronte all’ingresso di casa per fare un leggero inchino e cedere il passo alla moglie.

THE DAKOTA TOUR:



Le prime tappe le potete trovare qui: 🌵 Anna Elisa De Stefano/Paloma's Blog 👉 colonna sonora, riferimenti filmici e serie tv, nelle stories del suo account instagram 🌵 Giusi Dell'Abadia/Libridimarmo 👉 Quale ruolo per le donne del west?


Mentre le prossime tappe saranno:

🌵 Martedì 25 giugno, Lucrezia Pei e Ornella Soncini (aka Sotto la copertina) 👉 recensione; 🌵 Giovedì 27, Emmanuele Jonathan Pilia e Andrea Sirna (aka Andrea Pennywise's Channel) 👉 videopresentazione!

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