• Reader for Blind

Zona di esclusione

di Miky Marrocco


Sono trascorsi molti anni, quasi trenta. Era primavera e il ponte del primo maggio era imminente; saremmo rimasti a casa da scuola, c’era in programma una gita sul fiume o nella foresta.


C’era stata l’esplosione, poi l’incendio. Una colonna di fumo alta come una montagna. I mezzi militari e tutti quegli autobus che arrivavano durante la notte.

«Siamo come i topi» aveva detto Grigorij che passava per uno un po’ scemo ma, con il senno di poi, c’era andato vicino. La nonna aveva tirato in ballo la guerra (lo faceva sempre, in realtà), mio padre le aveva fatto notare che nessuno ci stava attaccando ma nemmeno lei aveva tutti i torti.

Alla radio avevano detto che l'emergenza sarebbe durata un paio di giorni, che non dovevamo portarci dietro niente, gli animali domestici dovevano rimanere nelle case. Io non volevo separarmi da Polka e feci di tutto per nasconderlo nella mia sacca fino a quando mia madre mi convinse che se la sarebbe cavata e che presto saremo tornati. Così Polka rimase in casa insieme a tutto il resto e noi non tornammo più.


Già da qualche anno si può entrare nella zona di esclusione per brevi soste. Ci sono i turisti, gente che viene a visitare quei luoghi dai quali noi fummo cacciati. Adesso vogliono vedere da vicino. Ricordo che quel mattino, mentre l’autobus rallentava nei pressi di un villaggio, le donne si tenevano alla larga e si facevano il segno della croce.

Stamattina, al bar, Zarickij si è avvicinato e mi ha detto che aveva un posto libero per un tour (proprio così li chiamano). Una coppia di americani aveva rinunciato all’ultimo momento e lui mi ci avrebbe portato gratis. Ci aveva già provato un paio di volte, in un certo senso si sentiva in debito con me ed era convinto che la cosa mi facesse piacere. Stavo per dirgli di no quando dalla vetrina ho visto passare uno di quei vecchi autobus Ikarus, bianchi e rossi, gli stessi che avevano usato per l’evacuazione. Zarickij, approfittando del mio silenzio, mi ha portato fuori e mi ha fatto salire sul furgone.

A bordo c’erano altre quattro persone, piuttosto giovani, con un bel po’ di attrezzatura: cavalletti, obiettivi e altre diavolerie; sembravano dei reporter ma erano solo turisti. Uno di loro, un ragazzone con una felpa azzurra e l’accento francese, mi ha offerto una bibita disgustosa.

«Quella non è roba per te» ha detto Zarickij dal posto di guida, poi mi ha passato la sua fiaschetta. «Mezzo bicchiere ogni due ore e tutto andrà alla grande» ha detto, ridendo. Ma era proprio questo il rimedio che utilizzavamo dopo l'esplosione: vodka e latte, per ripulire le ghiandole.

Abbiamo lasciato Kiev e il paesaggio è diventato sempre​ più spoglio. Pensavo di provare qualcosa, una specie di nostalgia, invece sentivo soltanto i sobbalzi del veicolo, il suono continuo del motore e il vociare dei miei compagni di viaggio che indicavano dettagli insignificanti di quel panorama.


Siamo passati da un posto di blocco, due militari hanno salutato Zarickij che gli ha allungato tre stecche di Kozac, ne aveva una scorta nel furgone. Hanno fatto finta di verificare i nostri documenti e ci hanno lasciato passare.

La prima cosa che ho notato è stata la vegetazione: si è impadronita della città. Le radici hanno sfondato l’asfalto, i rami sono entrati nelle case. Noi abbiamo sepolto terra dentro altra terra, tumulato interi villaggi, infilato uomini in bare di piombo, abbattuto un’intera foresta. Siamo fuggiti. Ma gli alberi sono ancora qui.


I miei compagni di viaggio hanno iniziato a scattare centinaia di foto. Io mi chiedevo come fossi finito in quella situazione, sapevo che Zarickij ci avrebbe riprovato e probabilmente l’avevo assecondato per togliermelo di torno.


Ricordavo a malapena la zona in cui abitavo. Pripyat è soltanto un involucro vuoto. Ho già visto quelle foto, la rete è piena di filmati girati negli edifici abbandonati. Ho riconosciuto qualche scorcio e osservato tutta quella desolazione come è giusto guardarla: con disgusto. Ho cercato di non giudicare quei ragazzi, in fondo si stavano divertendo, avevano pagato per quella gita e non erano certo i primi; ero io l’intruso.

Abbiamo lasciato il furgone in una strada ricoperta di foglie, i profili dei palazzi sbucavano dalla vegetazione come torri silenziose. Il sarcofago del reattore si stagliava in lontananza con la sua ciminiera. Siamo arrivati nella piazza centrale. La grossa insegna sopra al Palazzo della Cultura era ancora al suo posto, l’edificio sembrava una vecchia nave arenata fra gli arbusti. I ragazzi hanno fotografato qualsiasi cosa, persino i cespugli. Volevano a tutti i costi entrare nel palazzo e poi raggiungere il parco giochi, indicavano la sagoma della ruota panoramica come se fosse il profilo della cattedrale di Notre-Dame. Avrei potuto dirgli che il parco giochi non l’avevano nemmeno inaugurato, che nessuno era mai salito su quella ruota; ma non volevo guastargli la festa o, peggio ancora, farmi tempestare di domande.


Mi sono messo in disparte mentre Zarickij li accompagnava all’interno del palazzo declamando, nel suo inglese approssimativo, le consuete raccomandazioni: «Dant collact anniting, dant go undergraand. If somating falls on the graand, leave it in place...».


Ho passeggiato per la piazza deserta, quel silenzio non mi dispiaceva. Ero contento che Zarickij si fosse portato via quei fanatici. Loro cercavano emozioni, io non riuscivo a provarne. Era come guardare un vecchio film dal finale risaputo.

Sono sopravvissuto. Altri sono morti. Che sia stata veramente la vodka? A qualcosa è servita, forse non alle mie ghiandole, probabilmente allo spirito di adattamento, alla forma contorta della mia memoria.


Mi sono seduto sopra una sedia abbandonata in mezzo ai rottami, reggeva ancora. Mi sono concesso un paio di sorsi dalla fiaschetta di Zarickij. Una volta, da qui, passavano un sacco di persone, adesso solo cani randagi che si spostano guardinghi in cerca di qualcosa da mangiare. Ne ho visto passare uno, un bastardo spellato e rossiccio con il muso simpatico. L’ho chiamato: «Polka, Polka! Vieni qui».

Il cane mi ha guardato, il suono della voce umana deve averlo sorpreso. Siamo rimasti lì, a studiarci per qualche minuto: un ubriacone e un bastardo nel bel mezzo del nulla.


Poi mi sono accorto che stava scodinzolando.

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